
Opere 1959-1979
di Flaminio Gualdoni
1.
Un ragionamento
Scrive Gianni Colombo in occasione della sua mostra personale "Miriorama
4" da Pater, Milano, 9 febbraio 1960: "Penso che solo nella variazione
un oggetto mostri il suo aspetto e ponga in evidenza il suo carattere uscendo
dall'uniformità dello spazio da cui è circondato, infatti attraverso
la componente temporale noi facciamo esperienza della realtà che non
è possibile esprimere nella sua pienezza in simboli formali statici.
[
] Da tempo ho cominciato a stabilire sul piano del 'quadro-oggetto'
dei dislivelli, in modo che l'occhio dello spettatore, scorrendo sulla superficie,
fosse costretto a salire e scendere da spessori, ad entrare e uscire da cavità
indagando gli aspetti che la luce in naturale variazione determinava nel quadro.
Solo nei quadri che ora espongo un autentico variare si attua contemporaneamente
a quello dell'occhio (e dell'umore) dell'osservatore. Do oggi ai miei quadri
delle possibilità che si attueranno solo nella velocità in un
ordine di successione imprevedibile, così il turbarsi dell'uniformità
di queste superfici potrà rappresentare un vero e proprio sorprendente
dramma".
A ben vedere, sin da questo enunciato programmatico si comprende la svolta
definitiva ma, più, il destino che Colombo imprime al proprio lavoro.
Oggettualità fisica dell'opera e fisiologia della percezione, an-esteticità
rispetto ai codici d'aspettativa correnti, partecipazione attiva e complice
dello spettatore nel darsi dell'opera come trait-d'union dell'esperienza estetica,
situazione blandamente aleatoria: soprattutto, coinvolgimento forte e pieno
della dimensione temporale in un processo che, sino a quel momento, sullo
spazio e sulla durata psicologica, anziché fisica, dell'esperienza
fondava il proprio apparato valoriale: questa la scelta di Colombo.
Il clima è noto. E' quello che il secondo numero di "Azimuth"
tende a configurare come Nuova concezione artistica. E' la lezione di Fontana
e del recupero del cinetismo proclamato dalla mostra "Le mouvement"
presso Denise René, 1955; è la contaminazione con la metodologia
delle arti applicate nuove così come annuncia, in quel fatidico 1960,
la mostra "Opere d'arte animate e moltiplicate" da Danese a Milano;
è, ancora, lo sperimentale sul filo della reinvenzione duchampiana
da parte di Manzoni, maestro giovane ma maestro, in chiave di blankness, di
designazione cruda dei materiali, di rapporto con il codice spinto sino alla
sua dissolvenza.
Un'opera atipica come quella Senza titolo del 1960, fondata sull'indifferenza
straniata della similpelle, la cadenza minimamente geometrica delle cuciture,
l'enfiatura oggettualizzante non immemore dei Gobbi burriani, è emblematica
di questi inizi proprio perché atipica rispetto alle altre, contemporanee
chiarezze, quelle che generano dal 1959 le opere maggiori, tra le quali spiccano,
per nitore concettuale e potenza formale, le Strutturazioni pulsanti.
Del resto sono proprio le Strutturazioni pulsanti, e in un brevissimo volger
di tempo opere come i Piani a introflessioni variabili, le Strutturazioni
fluide, i Rotoplastik e i Piani rotoplastici, a marcare sin dall'inizio la
presenza di Colombo in "Mioriorama", tra personali e collettive.
La dichiarazione programmatica del Gruppo T recita in quell'occasione: "Ogni
aspetto della realtà, colore, forma, luce, spazi geometrici e tempo
astronomico, è l'aspetto diverso del darsi dello SPAZIO-TEMPO o meglio:
modi diversi di percepire il relazionarsi fra SPAZIO e TEMPO. Consideriamo
quindi la realtà come continuo divenire di fenomeni che noi percepiamo
nella variazione. Da quando una realtà intesa in questi termini ha
preso il posto, nella coscienza dell'uomo (o solamente nella sua intuizione)
di una realtà fissa e immutabile, noi ravvisiamo nelle arti una tendenza
ad esprimere la realtà nei suoi termini di divenire. Quindi considerando
l'opera come una realtà fatta con gli stessi elementi che costituiscono
quella realtà che ci circonda è necessario che l'opera stessa
sia in continua variazione. Con questo noi non rifiutiamo la validità
di mezzi quali colore, forma, luce, ecc., ma li ridimensioniamo immettendoli
nell'opera nella situazione vera in cui li riconosciamo nella realtà,
cioè in continua variazione che è l'effetto del loro relazionarsi
reciproco".
Sin d'allora si afferma in modo nitido il carattere affatto particolare del
genio di Colombo, quel suo usare la ferocia meticolosa dell'arte esatta, quel
suo ipertrofizzare il metodo e il rigore, ma per creare situazioni di perplessità,
di deriva del senso, di scacco sornione al logos. Ovvero, quel suo modo di
interrogare la razionalità non essendone succube, quell'estro fatto
anche di umori subito stranianti, quell'insinuare Jarry dentro Ulm: in una
parola, il genio di giocare al genio, secondo l'esempio luminoso che un Munari
va in quel tempo diffondendo.
Testimoni di ciò saranno, negli anni, le Superfici pulsanti da attivare
girando una manovella e godendo anche dello scricchiolio del polistirolo;
le analisi geometriche straniate intorno all'architettura della casa di One
Week di Buster Keaton; le cacogoniometrie protagoniste straordinarie delle
stagioni finali del suo lavoro. E', quello di Colombo, una sorta di modo arguto,
e verrebbe da dire sorgivamente duchampiano, di pervertire anche le certezze
dei sacerdoti del progetto e le apologie ottimistiche del razionale, partecipando
alle loro stesse liturgie.
2.
Strutturazioni pulsanti
"Con questa esperienza mi sono proposto di realizzare un oggetto visuale
che, libero da interpretazioni analogiche o evocative rispetto alla realtà
preesistente (oggetti o concetti preesistenti, scelte derivate dal mondo più
soggettivo dell'autore), si ponesse come una comunicazione visiva, prevalentemente
ottica, dove lo spettatore si trovasse a contatto con una strutturazione controllata
in ogni sua componente spaziale e in ogni sua fase cinetica": così
l'artista.
L'acromia e la scansione spaziale omogenea e ritmica neutralizza ogni possibilità
di suggestione formale di tipo evocativo o referenziale, alla maniera dell'acromia
di Manzoni (è da notare che in quello stesso 1959 Colombo sperimenta
anche l'uso dell'ovatta), sottraendo contemporaneamente al riguardante ogni
possibile gerarchia di lettura stabilita. La superficie è regolare,
le dimensioni ne valorizzano l'aspetto di macchina oggettiva se ridotte, oppure
di indistinto superficiale in cui lo sguardo non trovi riferimenti prestabiliti,
se ampie. Allo stesso modo, le versioni di dimensioni padroneggiabili dotate
di meccanismo d'attivazione manuale pongono in primo piano il valore di congegno,
e a un tempo di forte interattività, comportando un'azione fisica diretta
da parte del fruitore. Le opere dotate di meccanismo elettromeccanico attivano
un meccanismo di affioramenti e introflessioni delle singole porzioni di polistirolo
secondo una sequenza impreventiva e mutevole, che costringe lo sguardo a trovare
ogni volta, in modo ritmicamente irregolare, i propri appoggi, venendone ogni
volta posto in scacco.
E' tale flusso di accadimenti, concreti e percettivi, che rende dominante
la situazione di stream sensuale, una temporalità dilatata e non lineare
che induce una pulsazione continua di picchi d'attenzione.
La situazione visiva tipica di questa serie di opere - nate in stretta affinità
con le irregolari movenze convesse dei Rilievi intermutabili e quelle concave
delle Superfici in variazione, ma rispetto ad essi di ben più ampio
spettro concettuale - comporta un atteggiamento nitidamente antispettacolare:
scopo non ne è épater il riguardante, ma indurlo a una catena
progressiva di assunzioni di consapevolezza rispetto alla natura e ai processi
della visione e del vedere.
La loro presenza fisica non prevede il favore di captazioni sensibilistiche
ma un puro darsi concreto: non sono estranee a tale posizione le riflessioni
di Manzoni a proposito di "una superficie integralmente bianca (anzi
integralmente incolore, neutra) al di fuori di ogni fenomeno pittorico, di
ogni intervento estraneo al valore di superficie; un bianco che non è
un paesaggio polare, una materia evocatrice o una bella materia, una sensazione
o un simbolo od altro ancora; una superficie bianca che è una superficie
bianca e basta (una superficie incolore che è una superficie incolore)
anzi, meglio ancora, che è e basta: essere (e essere totale è
puro divenire)", come si legge in Libera dimensione, in "Azimuth",
2, 1960.
Aspetto non secondario dell'esperienza visiva è che il motivo strutturale
di base è una elementarissima ripartizione regolare della superficie
in griglia di segmenti ortogonali. Ciò pone lo spettatore in condizione
di assumere il motivo secondo clausole di tipo disegnativo, di qualificazione
minima e relativamente neutra della blankness superficiale: salvo poi, a movimento
attivato, vivere pienamente l'ambiguità del passaggio da una trama
lineare assunta come astratta a definizione di corpi plastici dotati di specifica
volumetria.
3.
Sismostruttura, Roto-optic, After-point: colore, movimento
Il passaggio al cuore degli anni '60 vede Colombo impegnato in una serie di
pratiche intorno alla stabilità/instabilità delle strutture
cromatiche, e sugli effetti squisitamente fisiologici di ambiguità
e relatività percettiva del colore.
Sismostrutture, Roto-optic, After-points, affiancati da Cromostrutture e da
After-structures, configurano espliciti procedimenti di tipo sperimentale
cui il fruitore deve accostarsi come a dei test, l'ambiguità dei cui
risultati lo può indurre a meccanismi di assunzione di consapevolezza
della natura e della ragione del vedere. Se le Sismostrutture si basano, scrive
Colombo, su "alcuni punti luminosi proiettati su una superficie specchiante,
posta in vibrazione", così che il percepire si instauri come esperienza
essenzialmente temporale di cui avvertire l'ineffabilità e la non linearità
degli sviluppi; se i Roto-optic, non estranei all'evocazione dei Rotoreliefs
duchampiani, producono per altra via, la rotazione continua di due barre con
tacche di colore fosforescente, la percezione in flusso di impreventive successioni
di segni colorati demateriati; con After-points entra in gioco il meccanismo
psicologico delle after-images, ovvero delle persistenze retiniche del percepito
che una serie di flash luminosi induce a sovrapporsi nel processo di consapevolezza
visiva. Qui uno schermo rotante su cui si schiude un foro è sovrapposto
a una lampada che emette in stretta sequenza flash dei colori verde, blu e
rosso. L'iterazione ravvicinatissima induce nel fruitore uno stratificarsi
di percezioni cromatiche puntuali, la cui persistenza psicologica è
assai più duratura della cadenza dei flash, così da generare
vere e proprie situazioni illusorie - ma fisiologicamente appropriate - di
serie di tonalità coloristiche nello spazio e nel tempo.
Notevole è osservare che sin da subito Colombo concepisce l'effettiva
pienezza dell'esperienza in una situazione ambientale ("si può
definire ambiente una realizzazione plastica la cui fruizione avvenga in uno
stato di abitabilità", egli scrive) tale da togliere al fruitore
ogni possibilità di relativizzazione dell'esperienza stessa, condizionandone
la plenitudine sensoriale così come peraltro prevedevano già
le più ampie tra le Strutturazioni pulsanti, nate per "debordare
dai limiti del campo visivo di chi osserva, al fine di uscire dalla condizione
che solitamente impone all'oggetto un ruolo vagamente totemico oppure un ruolo
di modello di problemi o di ipotesi da dimostrare". Queste strutture
sono da intendere dunque come le necessarie premesse sperimentali delle realizzazioni
ambientali di Colombo, avviate nel 1964 con la Strutturazione cinevisuale
abitabile e giunte a piena maturazione con gli Spazi elastici.
4.
Spazi elastici
La vicenda degli Spazi elastici si dipana dalla seconda metà degli
anni '60 su un duplice binario ormai consueto. Da un lato Colombo assume l'oggetto/quadro
come campo operativo e di accadimenti visivi ad alto gradiente convenzionale,
scelta alla quale non è estranea la considerazione dello straniamento
delle aspettative di fruizione dello spettatore (è così dalle
Strutturazioni pulsanti a lavori come Roto-optic e After-point) rispetto all'identità
storica dell'opera d'arte. D'altro canto egli considera tali realizzazioni
complementari, e per certi versi sperimentalmente propedeutiche, alla naturale
e appropriata misura ambientale, ove la condizione spazio/temporale dell'esperienza
sensoriale e psicologica si determina in modo compiuto.
Le opere in forma di quadro determinano un campo visivo codificato al quale
lo spettatore attribuisce preventivamente implicazioni di proiettività
e di rappresentatività. L'elementare ambiguità di percezione
delle shapes geometriche per contrasto ottico sul fondo uniformemente e neutralmente
bianco o nero le fa leggere come rappresentazioni di solidi in proiezione,
dunque in una iniziale fuorviante natura disegnativa. Il movimento indotto
alle strutture aggettanti dal congegno elettromeccanico fa sì che la
prima rappresentazione mentale della visione entri in conflitto con l'assunzione
di consapevolezza della natura tridimensionale delle strutture metalliche,
e della loro instabilità strutturale. La collisione e il cortocircuito
concettuale si producono dunque, attraverso i gradi e i tempi diversi della
percezione, tra ciò che l'occhio vuole vedere e ciò di cui effettivamente
fa esperienza, in un tempo non puntuale e in uno spazio fisicamente enunciato
anziché proiettivo.
Un grado concettualmente ulteriore è la collocazione di shapes affini,
realizzate con barre metalliche rette da fili tendenzialmente non visibili,
in sospensione nello spazio fisico d'esperienza. Si tratta di figure delle
geometria solida elementari, oppure articolate in modo complesso, tali da
generare nello spettatore un più profondo scacco visivo. In questo
caso egli è consapevole di esercitare la visione nello spazio ordinario
d'esperienza, ma la presenza mobile delle strutture, il loro assumere profondità
prospettiche e di campo ingannevoli rispetto a ciò che l'occhio riporta
- essendo solo della mente del fruitore l'attribuire alla struttura una superficie
di fondo, con relativi primo piano e punto di fuga, in realtà inesistente
- e il loro darsi come figure astratte in un ambito di visioni concrete, ne
rende massima l'ambiguità.
"In altre parole - scrive Colombo - si può anche definire come
una costruzione sperimentale con la quale compiere rilievi di comportamento
ottico e psichico del suo fruitore, il quale vi apporterà le variabili
dovute alle sue reazioni fisiche e psichiche venendo ad autodeterminare, in
parte, egli stesso l'immagine che percepisce, aperta ad associazioni di rapporti
spazio-dinamici possibili".
5.
Spazi elastici: in forma di quadro
Declinazione ulteriore del concetto di spazio elastico è la costruzione
di veri e propri oggetti/quadro nei quali l'indeterminatezza concettuale e
percettiva della forma, della struttura, dell'immagine, si attui per altra
via.
Di nuovo è in gioco, qui, la condizione a un tempo proiettiva e appropriata
dello spazio, ancora la fisicizzazione d'un segno che a prima vista ha le
fattezze teoriche del disegnare geometrico: ancora, soprattutto, la modificabilità
arbitraria, per partecipazione attiva del fruitore, della struttura, che può
essere costituita in molteplici modi, in virtù dell'elasticità
dei fili metallici che fungono da segni.
E' di nuovo, come da sempre Colombo mette in campo, il "rapporto struttura-fruitore",
che in queste dimensioni, essenziali e confinate in uno spazio simulante quello
involvente lo spettatore, sa e prevede già l'ambiente totale in cui
esse contemporaneamente si dicono.
Gianni
Colombo